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Argomenti trattati > Il Diabete


Vi raccomandiamo, prima di procedere nella consultazione, di leggere le avvertenze.

Cos'è il diabete mellito, quanti tipi ne esistono e chi rischia?

Il diabete viene classificato come una malattia metabolica perché compromette il metabolismo del glucosio. Si distinguono due forme principali del diabete mellito, chiamate rispettivamente diabete insulino-dipendente o tipo 1 e diabete non insulino-dipendente o tipo 2. In realtà, la classificazione è più complessa, e accanto (e all’interno) di queste due grandi categorie si distinguono altre forme, per esempio il diabete gestazionale, che colpisce le gravide.
Attualmente, la definizione più generale è quella che descrive il diabete come una malattia caratterizzata da livelli di glucosio nel sangue più elevati della norma (iperglicemia). Se viene a mancare l’insulina, o se quella che c’è non può essere utilizzata, il glucosio non viene metabolizzato, ma rimane in circolo nel sangue per poi essere espulso con le urine. In entrambe le forme di diabete è questo che accade, anche se i meccanismi e le origini del tipo 1 e del tipo 2 sono differenti.

Se manca l’insulina
Il diabete di tipo 1 consiste nella forte diminuzione o nella completa mancanza di produzione di insulina, che a sua volta è dovuta alla morte delle cellule beta del pancreas. L’ormone, quindi, deve essere somministrato dall’esterno, di qui la denominazione di insulino-dipendente.

La distruzione delle cellule beta è dovuta a una risposta anomala del sistema immunitario, che aggredisce queste cellule come se fossero elementi estranei all’organismo. Poiché le cellule beta sono collocate in particolari strutture chiamate isole di Langherans, questa autoaggressione viene chiamata insulite linfocitaria e gli anticorpi coinvolti sono detti "anti-isole". Il diabete tipo 1, quindi, è una malattia autoimmune come la tiroidite o l’artrite reumatoide. Questa forma colpisce soprattutto in giovane età e ha un esordio brusco, vale a dire che le sue prime manifestazioni sono già piuttosto imponenti, soprattutto nei bambini e nei giovani. La distruzione delle cellule beta può progredire più o meno rapidamente.
I sintomi più comuni discendono direttamente dalla minore produzione di energia che caratterizza l’organismo della persona diabetica: spossatezza e debolezza costanti, continuo stimolo della fame, perdita di peso anche con un regime dietetico normale, aumento della quantità di urina espulsa nell’arco delle 24 ore e sete. Nei casi più gravi si presentano anche dolori muscolari, crampi e nausea.
Nello sviluppo di questa malattia pesa una componente genetica, e quindi per i figli di persone con diabete tipo 1 la probabilità di avere a loro volta la malattia è del 5-10% quando è malato un solo genitore e sale al 23 per cento quando sono malati entrambi i genitori. Non si tratta però di una malattia ereditaria classica (mendelliana) ma di una malattia multifattoriale, e negli ultimi tempi si va allungando l’elenco delle caratteristiche genetiche corresponsabili del diabete tipo 1.
Più recentemente ha trovato un certo numero di conferme anche l’ipotesi che a scatenare l’autoimmunità possano essere alcune infezioni virali. Ovviamente questa non sarebbe la sola causa della malattia, ma un evento capace di darle inizio in soggetti predisposti geneticamente.

L’insulina c’è ma non funziona
Alle origini del diabete di tipo 2 c‘è un fenomeno chiamato resistenza insulinica, cioè l’incapacità delle cellule di utilizzare l’ormone, infatti, nelle persone che presentano questa condizione è possibile notare una diminuzione del numero dei recettori per l’insulina. L’incapacità dei tessuti di utilizzare adeguatamente l’insulina provoca un aumento della glicemia, che non viene compensato dalla produzione di insulina, anche se questa aumenta. In effetti, nelle persone che presentano questa condizione coesistono alti livelli di glucosio e di insulina, cosa che invece non dovrebbe verificarsi.
Se questa condizione si protrae a lungo si ha l’intolleranza glucidica, che è una situazione intermedia tra un normale metabolismo del glucosio e il diabete. L’intolleranza glucidica non necessariamente si traduce in una iperglicemia costante. In molti casi l’aumento della quantità di glucosio nel sangue è limitato al periodo successivo al pasto o quando viene somministrato del glucosio a scopo diagnostico
Sia la resistenza insulinica sia l’intolleranza glucidica vanno considerati fattori di rischio per il diabete tipo 2. Infatti, la necessità di produrre una maggiore quantità di insulina per controbilanciare la sua scarsa attività (dovuta alla resistenza) può mettere in crisi il pancreas, e portare alla diminuzione della sua capacità di produrre l’ormone.
Perché si arrivi alla malattia, però, è necessario che la capacità del pancreas di produrre insulina sia in qualche modo meno stabile rispetto alla norma.
Nel diabete tipo 2, dunque, coesistono due fattori: una ridotta capacità dell’organismo di utilizzare l’ormone e una certa "debolezza" del pancreas, un’incapacità di compensare la resistenza insulinica con la produzione di maggiori quantità di ormone.
Il diabete tipo 2 ha una componente genetica per qualche verso più importante di quella del tipo 1, anche se non ne sono stati ancora chiariti tutti gli aspetti. La probabilità che i figli di persone con diabete tipo 2 si ammalino è del 10 per cento se un solo genitore è diabetico, del 30-40 per cento se lo sono entrambi.
Non si possono però trascurare i fattori ambientali e individuali. Per esempio l’80% delle persone affette da diabete non insulino-dipendente ha un grave eccesso di peso e se, al contrario, si esaminano gli obesi, si vede che quasi la metà soffre di diabete in forma più o meno grave. In effetti l’obesità in sé provoca la resistenza insulinica. Tuttavia, anche in persone con peso nella norma, l’eventuale accumulo di massa grassa nell’addome, cioè la cosiddetta pancia, ha un effetto analogo all’obesità tradizionale. L’età e la mancanza di attività fisica aumentano il rischio.

Diabete in gravidanza
Con questa definizione si indica qualsiasi fenomeno di resistenza insulinica o intolleranza glucidica che si presenta o viene diagnosticata in occasione della gravidanza, indipendentemente dal fatto che questa condizione si modifichi dopo il parto oppure persista.
Il diabete gestazionale si presenta perché la placenta produce alcuni ormoni che contrastano l’azione dell’insulina prodotta dal pancreas, e man mano che si accresce il feto, aumenta la quantità degli ormoni antagonisti dell’insulina. Dopo il parto, venendo a mancare gli ormoni placentari, la situazione può normalizzarsi, tuttavia in alcuni casi la gravidanza può essere il fattore che scatena il diabete vero e proprio. Per questo a distanza di 6-7 settimane dal termine della gravidanza, la donna che ha mostrato iperglicemia dovrebbe essere riesaminata per stabilire se è ritornata normoglicemica, oppure presenta resistenza glucidica, intolleranza insulinica o diabete di tipo 2 o tipo 1. A volte, la malattia può presentarsi anche anni dopo la gravidanza.
Si tenga presente, comunque, che un certo degrado del metabolismo del glucosio è normale nelle donne in attesa, soprattutto durante il terzo trimestre, ragion per cui si parla di diabete gestazionale soltanto quando la deviazione rispetto alla norma è piuttosto sensibile.
In pratica, tutte le donne gravide sono a rischio di diabete gestazionale, a meno che non siano più giovani di 25 anni, abbiano un normale peso corporeo, non abbiano alcun consanguineo di primo grado affetto da diabete e non appartengano a gruppi etnici a rischio (ispanici, ispano-americani, afroamericani eccetera).

Chi rischia di più
Complessivamente, la malattia è presente nel 5-10 per cento della popolazione generale, la stragrande maggioranza dei casi, però, è rappresentata dal diabete tipo 2, che totalizza il 90-95% dei casi diagnosticati. In altri termini, se 5-10 persone su cento soffrono di diabete, solo una su mille è colpita dal tipo 1. Inoltre, per questa forma della malattia si notano variazioni sensibili tra un’area geografica e l’altra: secondo i dati raccolti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nella maggioranza delle popolazioni asiatiche, africane e native americane (cioè non quelle che discendono dai coloni europei) il diabete di tipo 1 è piuttosto raro, mentre invece in Europa è ben più diffuso, e in paesi come Finlandia e Svezia si raggiungono quote piuttosto elevate.
Oltre alle categorie sopraccitate risultano a rischio persone che soffrono di ipertensione (con pressione arteriosa superiore a 140/90 mm/Hg), con livelli di colesterolo HDL uguale o inferiore a 35 mg/dl e/o trigliceridemia uguale o superiore a 250 mg/dl, o che in test precedenti hanno mostrato intolleranza glucidica o iperglicemia a digiuno.


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