Mauro Sormani - A.G.D. Como Onlus - Associazione di aiuto ai giovani diabetici -





Vai ai contenuti

Menu principale:

Mauro Sormani

Argomenti trattati > Diabetes no limits

AGD Como sul tetto del mondo
..... alle falde del Kilimangiaro .....



Col motto " speranza oltre le difficoltà " dieci giovani diabetici italiani, tutti di tipo 1, insulinodipendenti, accompagnati da cinque medici hanno sfidato i 5'895 metri del Kilimagiaro, la montagna più alta dell'Africa.
Fra loro Mauro Sormani dell'Associazione Giovani Diabetici di Como che a metà gennaio 2002 ha raggiunto la Vetta del Huru Peak (Kilimangiaro) in Tanzania.
Si tratta di un bell'esempio di come, con un diabete accuratamente controllato si possano affrontare vittoriosamente imprese anche particolarmente ardue.
"Prima di partire abbiamo fatto le prove, ci sono stati allenamenti individuali e verifiche sulle condizioni generali su tutti i diabetici partecipanti - racconta il dottor Mario Zolli di Mirano (Ve), padre dell'iniziativa - e da diabetologo sono rimasto colpito positivamente dal fatto che sono tutte persone molto motivate e consapevoli, che si curano benissimo, che hanno un autocontrollo eccezionale, completamente privi di complicanze, con valori della glicemia fisiologici anche in montagna…. Le persone che hanno partecipato possono costituire un modello per tanti altri, per il messaggio che possono dare sull'importanza sia dell'autocontrollo sia dell'attività fisica, che sull'equilibrio metabolico funzionano benissimo".
Anche noi dell'AGD Como ringraziamo l'alpinista Mauro Sormani, originario di Sormano nel Comasco, per il bell'esempio che ci trasmette dalla Vetta del Kilimangiaro. Grazie Mauro !!!

Chi è Mauro Sormani ??

Sono Mauro Sormani ed il diabete mi è stato diagnosticato all'età di 9 anni. Lo sport ha sempre fatto parte della mia vita ed il diabete non ha mai limitato la mia passione.
Ho sempre praticato molta attività fisica individualmente o in compagnia di amici, ma l'idea di partecipare a gare, manifestazioni e progetti di alto livello agonistico è nata leggendo. Ora vi racconto come.

Da ragazzo su una rivista a cui ero abbonato, lessi di un concorso per partecipare ad una spedizione alpinistica fino al campo base dell'Everest.
Gli interessati avrebbero dovuto compilare un questionario e spiegare le motivazioni per le quali gli organizzatori avrebbero dovuto finanziare il loro sogno.

Ero diabetico da più di otto anni ed ero ben allenato. Lo sport non era mai stato un problema, lo praticavo tutti i giorni spronato sia da mio padre che dal mio diabetologo.

Al questionario avrei dovuto rispondere: sono diabetico e vorrei dimostrare che con un'adeguata preparazione e volendolo davvero tutto è possibile, persino arrivare al campo base dell'Everest.

Quella lettera non la scrissi mai e dopo qualche mese dimenticai tutto.
Qualche anno dopo sullo stesso mensile lessi un articolo riguardante un triatleta italiano che, nonostante il diabete, prendeva parte regolarmente a gare di triathlon e mirava a partecipare all'Ironmen, ovvero il percorso “standard” più impegnativo del triathlon (3,8 km a nuoto, 180 km in bici e 42 km di corsa). In fondo vi era riportato il nome e l'indirizzo dell'associazione che lo sosteneva: l'ANIAD (Associazione Nazionale Italiana Atleti Diabetici).
Fu semplice reperire un recapito telefonico dell'associazione ed iscrivermi.

   L'associazione proponeva diverse iniziative, molte di mio gradimento; fra le tante proposte decisi di aderire ad un campionato sociale sulla mezza maratona a Venezia.

In quella occasione conobbi persone con le quali avevo in comune, non solo il diabete, ma anche la passione dello sport.

Successivamente partecipai ad altre entusiasmanti iniziative come “Il Lazio corre per vincere il diabete” e “Corri attraverso la Campania” ed aderii ad una serie di competizioni dedicate ai pazienti diabetici.

Contemporaneamente continuai ad allenarmi nello sci di fondo, sport che pratico fin da ragazzino, puntando alle competizioni invernali.

Il miglioramento della mia capacità aerobica mi stimolò ad inseguire risultati sempre più prestigiosi e a partecipare alle più quotate gare di categoria. Conseguii la qualificazione ai Campionati Nazionali Juniores e vi partecipai ottenendo onorevoli risultati. Presi parte alle prime maratone sugli sci, maturando la capacità gestionale sia della resistenza sia della terapia insulinica. Partecipai poi all'innovativo progetto “DISK”, Diabetici Italiani sul Kilimanjaro, dove ebbi modo di confrontarmi per la prima volta con l'alta quota e le asperità delle montagne.

L'amicizia formatasi durante il viaggio con gli altri atleti coinvolti nel progetto incrementò la mia passione e migliorò, con una serie di escursioni impegnative sulle Alpi, la mia esperienza alpinistica.

Partecipai anche alla spedizione “Ascensia Cho-Oyu 2002”, nella tanto sognata Himalaya, dove raggiunsi la quota di 7.560 m. senza ossigeno e senza portatori, ovvero le persone che provvedono ad installare le tende, fornelli, sacchi a pelo ed alimenti necessari al bivacco degli alpinisti.

Insomma, realizzai quanto sognato da ragazzo con una serie di fortunate coincidenze nate dalla sola ricerca spontanea dell'attività fisica e del divertimento.

Dopo la spedizione sull'Himalaya, mi occupai della preparazione di tre giovani atleti di Sormano, la città dove vivo, portandoli alla vittoria del campionato mondiale a squadre della categoria juniores nella disciplina dello ski roll e venni coinvolto di conseguenza ad assumere il ruolo di tecnico nella squadra nazionale.

   Durante gli inverni successivi mi preparai ad affrontare le numerose ultramaratone di sci organizzate in diverse parti del mondo. Partecipai e conclusi sempre nelle prime posizioni alcune delle competizioni più faticose e prestigiose, come la Vasaloppet di 90 km e la Marcialonga di 75 km, e sviluppai relazioni dettagliate che presentai in seguito al Congresso Internazionale di Montecatini su diabete e attività fisica nel 2004.

L'anno successivo, tornai nuovamente in montagna con la spedizione internazionale “ISLET” (International Snow Leopard Type 1) nell'altopiano del Pamir, sul monte Peak Lenin di 7.134 m, dove salii e scesi con gli sci dalla quota di 6.800 m.

Nell'aprile del 2006 partii con mia sorella per la Groenlandia con l'obiettivo di concludere l'Arctic Circle Race, una competizione di sci di fondo di 160 km suddivisa in tre tappe consecutive. Raggiunsi la terza posizione in classifica generale.

Ed ora…, non so quale potrebbe essere la mia prossima meta, le idee sono talmente tante che occorre obbligatoriamente scegliere, le passioni sono diventate innumerevoli e per realizzare qualcosa serve grande motivazione e impegno.

Se tornassi indietro di dieci anni per fantasticare sul mio futuro, non avrei pensato nemmeno lontanamente a tutto questo. Sono state tutte esperienze inattese, imprevedibili e proprio per questo entusiasmanti. Coltivare sogni, viverli e crederci fino in fondo porta grandi emozioni che rimangono per sempre nel cuore.

MAURO SORMANI SUL PODIO DELL'ARC
L'avventura del fondista di Sormano, tecnico della nazionale di skiroll, che si è classificato al terzo posto nella corsa del Circolo Polare Artico, in Groenlandia. Un altro test pro diabetici
Mauro Sormani
(a destra nella foto), tecnico della nazionale di skiroll unitamente a Marco Ripamonti, Marco Ranaldi e Matteo Sironi, a conclusione della stagione sciistica si è tolto lo sfizio di partecipare, in Groenlandia, alla decima edizione dell’ACR, Artic Circle Race, la corsa del Circolo Polare Artico Polare. Tre tappe rigorosamente a tecnica classica, per quasi 160 km complessivi, dal 31 marzo al 2 aprile, a Sisimiut, un paese che conta 2500 abitanti e 7000 cani, dove si arriva con volo da Copenhagen. 1300 euro costo di iscrizione compreso, 138 concorrenti fra uomini e donne, e lui è arrivato terzo mantenendo fino al termine la posizione conquistata nella tappa iniziale. Ordine d’arrivo inalterato per tutte le tre frazioni, delle quali la più lunga e impegnativa è stata la prima, mentre la seconda ha palesato le maggiori difficoltà altimetriche, con un dislivello di 1500 metri. Due concorrenti locali sempre ai primi due posti, con Øystein Slettermark che si è preso la rivincita su Martin Moller che l’aveva battuto nelle precedenti edizioni, mentre Sormani ha difeso il terzo gradino del podio dall’attacco degli altri pretendenti.
Ha messo a frutto l’esperienza maturata in tanti anni di agonismo e di granfondo , quest’anno Sgambeda e Marcialonga, dopo essersi fatto un paio di Euroloppet, e ha approfittato del buon allenamento che una volta tanto ha potuto permettersi senza doversi allontanare da Sormano, il paese in cui abita e dove ha sede lo sci club del quale il padre Mario è la colonna portante e lui l'allenatore. Infatti per la prima volta da 30 anni a questa parte, è nevicato in abbondanza al Pian del Tivano, un ampio pianoro del Triangolo Lariano, la catena montuosa che divide i due rampi del lago di Como, e la temperatura mantenutasi rigida per più di un mese e mezzo l’ha conservata in modo eccellente. Tanto sulla pista bassa quanto su quella agonistica, alla Colma, sulla sommità del famoso “Muro” ciclistico dove un tempo passava il Giro di Lombardia. Un caso eccezionale, roba da stick quando, solitamente, si viaggia a klister perché il sole e la bassa quota (1000 metri) ne alterano l consistenza, e condizioni che hanno riportato in zona quei fondisti dell’hinterland milanese che negli anni scorsi per carenza di materia prima avevano preso altre strade.
E di stick si è servito anche nella corsa del Circolo Polare Artico pur in condizioni ambientali che dalle nostre parti avrebbero richiesto l’uso di scioline molli come la neve quasi bagnata della prima tappa, con temperatura soprazero che però non ne modificava più di tanto i cristalli. Le due tappe successive, invece, sono state caratterizzate da temperatura più fredda e da una spruzzata di neve fresca che, accumulandosi sui binari battuti durante la notte, hanno reso più dura la marcia di Slettemark che ha fatto da battipista senza compromettere il proprio risultato. Una spanna sopra tutti, come del resto lo sarebbe stata la moglie Uiloq, che ha vinto tutte le precedenti edizioni ma, schierandosi alla partenza pur incinta di 7 mesi, non ha potuto forzare più di tanto. Però è arrivata ugualmente fra le prime.
Acquisito subito il terzo posto, considerato il divario dai due che lo precedevano, già forti di per se stessi e conoscitori del percorso, per Sormani si è trattato più che altro di una corsa tattica, controllando l’eventuale recupero degli avversari. Non ha avuto problemi ma è stata dura resistere su salite sulle quali si procedeva a spina di pesce per centinaia di metri e con picchiate in discesa dove le cadute erano all’ordine del giorno perché, pur con tutta la buona volontà degli organizzatori, la pista battuta durante la notte, poteva essere danneggiata da passaggi estranei prima dei concorrenti. Come è stato il caso di una gara di sleddog, piuttosto comuni da queste pareti dove le slitte trainate da cani sono abituale mezzo di trasporto e trasferimento.
Bella esperienza, comunque, questa ACR, che non è una delle solite granfondo. Consiste più che altro in una veloce marcia di trasferimento da un accampamento all’altro, con posti di rifornimenti ridotti all’essenziale (un paio con cioccolato, pane the), tanto che i concorrenti devono portarsi dietro uno zaino del peso minimo di 5 kg alla partenza ( e 3,5 all’arrivo) con un kit di sopravvivenza obbligatorio. Si dorme in tende a due posti, messe a disposizione dall’organizzazione, si cena tutti insieme sotto un tendone mensa Ognuno però deve provvedere in proprio a farsi da mangiare con un fornello alimentato ad olio, con acqua già bollente a disposizione, nella quale, come nel caso di Sormani, versare la pasta che si era portato da casa con il parmigiano e altre razioni d’emegrenza.
Bisogna dunque sapersi arrangiare e lui a questo ci è abituato poiché, giramondo per passione, a condizioni del genere si è assuefatto, come pure a curare il suo stato di diabetico. Con questa situazione convive da sempre, riuscendo ugualmente a fare sport ad alto livello. Un’esperienza di cui altri potranno beneficiare. Ha effettuato dei test su se stesso, come gli è capitato nella spedizione al Cho-You, uno deille vette +8.000 dell’Himalaya quando, con altri diabetici, hanno messo alla prova e studiato le condizioni che si manifestano in una scalata ad alta quota senza l’uso di ossigeno. In vetta ci è arrivato il vicentino Marco Peruffo, lui ha raggiunto quota 7560, mentre il brianzolo Italo Casiraghi si è fermato a 7200. Una grande impresa. L’estate scorsa, con una spedizione internazionale, ha raggiunto la vetta del Peak Lenin, nel Kirgikistan collaudando un apparecchio che segnava qualsiasi consumo energetico. E anche in questa occasione ha sperimentato il controllo della glicemia tranne un altro apparecchio miniaturizzato di prossima presentazione. Sport al servizio della scienza e viceversa, dunque, e questo comasco ne è un prezioso “testimonial”.



Ultimo aggiornamento:
Torna ai contenuti | Torna al menu