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Monica Priore, a nuoto contro il diabete

Argomenti trattati > Diabetes no limits
Monica Priore, a nuoto contro il diabete
Monica Priore 38 anni, diabetica da quando ne aveva 5, racconta come ha trasformato la bambina spaventata di allora nella prima ragazza diabetica in Europa ad attraversare a nuoto lo stretto di Messina. Ai bambini dico: "Non nascondetevi".

Le sue colonne d’Ercole sono state lo Stretto di Messina. Avevano passato la vita a dirle, sbagliando, che per una ragazza diabetica lo sport agonistico sarebbe stato tabù, anni a lottare per non fare più a botte con una malattia che a troppi sembrava ancora misteriosa.

La rabbia, covata prima di crescere abbastanza per capire, è diventata sfida, voglia di dimostrare a sé stessa e agli altri che il diabete è una complicazione, ma non un limite e che i limiti, spesso, sono nella testa delle persone. Come dimostrano campioni olimpici diabetici: su tutti il campionissimo del canottaggio Steve Redgrave, tre ori olimpici prima della diagnosi e due dopo.
Monica Priore ha 38 anni, oggi fa l’impiegata in una impresa del settore edilizio, nel tempo libero nuota, non certo a tempo perso: fa gare Master da quando aveva 25 anni, cioè da quando l’età le ha consentito di partecipare e ha vinto un bronzo regionale alla prima prova, dimostrando prima di tutto, che volere era potere. Ha smesso di nascondersi di negare a sé stessa e agli altri la sua malattia e ha capito che sua resistenza in acqua avrebbe potuto essere trasformata in un messaggio, lanciato dalla prima ragazza diabetica in Europa a compiere la traversata dello stretto di Messina
Ci racconta dello stretto di Messina?
"L’ho affrontato da incosciente, nel senso che avevo calcolato e preparato tutto benissimo riguardo alla malattia, ma mi ero allenata per  la resistenza solo in piscina, senza fare nulla di specifico per le condizioni del mare, senza calcolare il freddo e il nero profondo sotto. Lo dico tra parentesi, ho paura dei pesci. Confesso ho nuotato con gli occhi chiusi. Ma ce l’ho fatta, sono arrivata di là e ci sono arrivata soprattutto sospinta dai bambini diabetici che c’erano sulla riva. Volevo che mi vedessero arrivare, che capissero che sono come loro, che se posso farcela io possono farcela anche loro. Che si sentano meno soli".

Nel suo libro "Il mio mare ha l'acqua dolce" racconta di essersi sentita sola a lungo, nonostante l’affetto di una bella famiglia attorno…
"Sì, sono nata nel momento sbagliato per il diabete di tipo 1: era un tempo in cui vedendo una siringa da insulina si pensava alla tossicodipendenza e allora ci si nascondeva pensando di sottrarsi a sguardi indiscreti. Ancora non si sapeva, lo ha capito la ricerca col tempo, che l’esercizio fisico era un  nostro alleato non un pericolo, e dunque anche lo sport non era incoraggiato. Da ragazzi una limitazione in più. A me ha cambiato la vita un campo scuola di ragazzi con il nostro problema in comune: è stata la prima volta in cui mi sono sentita libera di mostrarmi per quello che ero senza pregiudizi. Una persona normale, con un problema che non guarisce ma che si controlla e con la cura adeguata tiene a distanza le complicanze. Se lo avessi capito prima mi sarei risparmiata una parte della sofferenza. Non tutta ovviamente".
Che cosa dice ai bambini che incontra?
"Poche cose, perché tra noi ci capiamo con uno sguardo, sanno che conosco le loro paure perché ci sono passata. Però ricordo loro di non nascondersi: rendere nota la malattia significa anche mettere le persone intorno in condizioni di soccorrerti correttamente in caso di problemi”.
È per loro che ha deciso di scrivere?
"Sì ma non solo, non direttamente almeno. Ho deciso di raccontare la mia storia e di dare visibilità pubblica al mio problema con le traversate, soprattutto per le persone che i diabetici hanno intorno: perché tutti sappiano che un bambino diabetico non attacca un bel niente a nessuno, perché nessuno lo discrimini. Scrivo e racconto anche per le famiglie, perché si dice che anche loro “contraggano” una forma di diabete quando la malattia viene diagnosticata a un figlio: tra noi ci diciamo che hanno il diabete tipo 3. Anche loro hanno paura, anche loro non sanno come comportarsi, anche loro fanno fatica a prendere la giusta distanza da un figlio malato, nel senso di controllare che non sgarri e che rispetti alla lettera le prescrizioni ma anche di evitare di metterlo sotto una campana di vetro che gli neghi la vita normale. Penso anche al fatto che devono avere un sacco di pazienza, perché so dall’esperienza dei miei genitori che non è sempre facile avere a che fare con noi. Però rispetto ai miei tempi si sono fatti passi avanti: i medici incoraggiano i bambini e i ragazzi a conquistare presto la propria autonomia”.
È questo che voleva dire quando ha scritto che deve molto a suo fratello Enzo, che le è stato vicino “da incosciente”?
"Più o meno, l’ho scritto scherzosamente, nel senso che era 15 mesi più piccolo di me e mentre crescevamo lui non mi faceva mai sentire controllata a vista, però mi sono resa conto che era sempre attentissimo e se rischiavo una crisi ipoglicemica tante volte era il primo a notarlo e ad accorrere con nonchalance con un succo di frutta. E da lui accettavo aiuto molto meglio che dagli altri, a lui non mi ribellavo dicendo sempre che stavo bene anche se non era vero".
Prossimi progetti?
“Sponsor permettendo vorrei fare l’estate prossima un tour in tutte le regioni d’Italia, fare una traversata simbolica di cinque km nel mare dove c’è, oppure nei laghi – sarà affar mio superare l’impressione che mi fa l’idea di nuotare in un lago, non ci ho mai provato – e poi incontri pubblici per fare informazione sulla malattia. Il problema sarà la Valle d’Aosta, mi sa che lì dovrò nuotare in piscina ma non mi arrendo"
Che vuole che sia il lago dopo la Capri –Meta con le onde?
"In effetti, c’era un tempo orrendo, ho avuto pure il mal di mare e mai mi sarei immaginata che nuotando potesse accadere. E dire che  quella volta mi ero allenata bene in mare. Pazienza, ho resistito anche quello e sono arrivata di là”.
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