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Dalla preistoria al 2000

Argomenti trattati > Como città e territorio > La nostra città

Dalla protostoria alla romanizzazione

Il sito tuttora occupato dalla Città di Como rimase disabitato sino all'epoca della fondazione romana. Probabilmente la natura del terreno, resa paludosa dal lago e dalle sue esondazioni, nonchè dall'attiva presenza di tre fiumi (Cosia, Valduce, Fiume Aperto) sconsigliò l'insediamento dell'uomo preistorico, che ovviamente non aveva adeguate conoscenze di ingegneria idraulica. Al contrario, la corona esterna della convalle, quella oggi all'immediata periferia della città (S. Fermo, Prestino, Breccia, Rebbio, Grandate, Albate) testimonia una presenza fitta e costante di insediamenti cronologicamente inquadrabili dalla fine dell'età del bronzo e gravitanti intorno ad una grande necropoli comune, denominata "Cà Morta".


Erano genti appartenenti alla cosiddetta cultura di Golasecca, dal nome della località omonima in provincia di Varese, che caratterizza l'Età del ferro in tutta l'area nord-occidentale italiana. Come è possibile verificare visitando le sale paletnologiche del Museo Civico questi popoli avevano in comune il rito funebre a incinerazione, che consisteva nel bruciare su un rogo il defunto, nel raccogliere in un vaso (ossuario o urna cineraria) i resti, che poi venivano sotterrati, a volte con grande cura, insieme agli effetti personali e a qualche vaso accessorio, che probabilmente conteneva il cibo necessario per affrontare il viaggio verso l'aldilà.
L'esame della ceramica e dei bronzi rinvenuti evidenzia, per la fattura della lavorazione e per la raffinata eleganza delle forme, un mondo ricco e culturalmente progredito. Solo i reperti più recenti (V, IV secolo) dimostrano un impoverimento di forme e una certa grossolanità di gusto, che sicuramente sono da porsi in relazione all'invasione gallica della Pianura Padana.
I Galli, dopo aver sconfitto gli Etruschi al Ticino, probabilmente nei pressi di Magenta, si sovrapposero ai golasecchiani anche nel territorio di Como dove secondo la tradizione liviana costruirono ben ventotto castelli fortificati, gravitanti intorno a  Comum Oppidum


La Romanizzazione
Il primo contatto che i Comensi ebbero con i Romani fu nel 196 a.C. quando, insieme ai Galli alleati, vennero sconfitti dal console Marco Claudio Marcello in località incerta, a sud della città. Troppi furono i morti e la conseguente resa incondizionata portò i vinti ad abbandonare i villaggi situati sulle pendici montagnose, a ridosso dell'attuale sito (Monte Croce, Monte delle Tre Croci, ecc.) e a scendere in pianura. Alcuni storici sostengono che tale trasferimento sia awenuto più tardi, in occasione dell'incursione dei Reti intorno al 90 a.C.; si ritiene, però, che i Romani mai più, dopo un'impresa così sanguinosa (40.000 morti), potessero lasciare risiedere i vinti in luoghi difficilmente accessibili.
bassorilievo romano ritrovato a Como - Lago di Como / Romanesque bas-relief preserved found in Como - Como lake
Comunque nell'89 a.C. il console Pompeo Strabone, padre di Pompeo Magno, è a Como con l'incarico di ricostruire la città distrutta dai barbari.
Se dobbiamo dar retta alla tradizione, inizia soltanto a questo punto la storia di Como, città di lago. Vennero incanalati i tre fiumi; l'antica "oppidum" venne legalmente (Lex Pompeia)trasformata in "colonia", e i Comensi iniziarono a costruire in riva al lago (Novum Comum). Negli anni settanta il console Gaio Scipione (ce ne parla Strabone) portò a Como tremila coloni. Forse costoro si stabilirono nell'attuale  Coloniola, rione della città nella zona Est prospiciente il lago, che nella sua etimologia confermerebbe l'antica destinazione e che nel suo attuale impianto ricalca il sistema urbanistico ortogonale tipico dei "castra" romani.
Una seconda immigrazione si ebbe in età cesariana: cinquecento greci di Sicilia, insieme ad altri, si stabilirono a Como, portando nuove attività, come la coltivazione dell'olivo e della vite. Fu una parentesi di grande respiro, sottolineata dalla pianificazione urbanistica della città: furono costruite le mura, ammirate e celebrate dal poeta veronese Catullo; tutto l'impianto urbanistico (l'attuale Città Murata) venne disposto in senso ortogonale; vennero edificati i palazzi di pubblico interesse.
Ma non si creda che tale sviluppo sia stato esente da contrasti e compromessi:la lotta tra Cesare e Pompeo portò a situazioni imbarazzanti. Da parte del senato venne contestato il diritto di cittadinanza romana alla città, tanto che un povero comasco fu costretto a sopportare la pena umiliante della frusta.
Con l'affermazione totale di Cesare la situazione owiamente mutò: Como divenne "municipio" e poté così acquisire una pressoché totale autonomia, confermata del resto dalla disponibilità degli imperatori successivi.


Dall'impero all'età feudale
In Età augustea Como o meglio Novum Comum raggiunse grande splendore, come capitale della XI Regio Transpadana grazie alla sua funzione di nodo militare e soprattutto commerciale verso l'attuale Svizzera. Vennero aperti i passi dello Spluga, Julier, Septimier e Maloja, che davano la possibilità di raggiungere le valli del Reno e del Danubio

pavimentazione in acciottolato rinvenuta fra i resti della villa romana in Via Zezio - Como - Lago di Como.
Il fatto stesso che Corno abbia dato i natali a due celebri letterati, come Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane, evidenzia del resto anche la vitalità culturale della città durante l'Impero e i legami cordiali con Roma, che valorizzò i due personaggi secondo gli effettivi meriti.
Plinio il Vecchio, autore della "Naturalis Historia", enciclopedia del sapere antico, fu uomo di scienze, che, seguendo la sua indole, sacrificò la stessa vita per soddisfare la sua sete di sapere e per aiutare gli scampati durante l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.  Plinio il Giovane, pupillo dell'imperatore Traiano e suo consigliere, ci ha lasciato un epistolario, che testimonia il suo amore per la città natale; con ogni probabilità la villa rinvenuta nel 1975, in via Zezio angolo via T. Grossi è quella da lui citata in una lettera all'amico Caninio Rufo.
I Plinii hanno giusto rilievo a Corno nelle statue, opera del Rodari, poste davanti alla facciata del Duomo.
Como dopo le invasioni degli Alemanni, che coinvolsero le difese urbiche, entra nell'Italia Annonaria, con capitale Milano, subendo la sorte delle guerre civilie religiose. Comunque durante il Medio e il Basso Impero la città non sembra avvertire la decadenza imminente: il lago acquista sempre maggior prestigio tanto che viene preposto alla flotta un praefectus classis, che rappresenta la massima carica militare marittima del mondo romano. Tuttavia, sotto Diocleziano, vennero ristrutturate le mura ed erette torri ottogonali, forse a causa delle prime scorrerie dei barbari (resti delle antiche mura sono visibili nel sottopassaggio pedonale di Porta Torre e nel cortile della scuola adiacente).

L'Alto Medioevo
 


La storia dell'Alto Medioevo è per Como, come per ogni altra località, storia della affermazione del Cristianesimo e del pericolo costante causato dalle invasioni barbariche. Il 1° Novembre 386 S. Ambrogio, metropolita di Milano, nomina vescovo della città Felice, prima pietra di un processo di stabile evangelizzazione, che negli anni addietro aveva comportato il sacrificio dei martiri San Fedele e San Carpoforo.
Storicamente meglio determinata è la vicenda di S. Abbondio (V secolo), vescovo e patrono della città, che ebbe il merito di consolidare la fede, debellando i residui del paganesimo, e che venne prescelto dal papa Leone I per una azione di delicata diplomazia presso l'imperatore a Costantinopoli. Le reliquie del Santo sono tuttora custodite nella basilica omonima. Tali fatti scorrono durante le invasioni degli Unni di Attila e dei Goti, che, consapevoli dell'importanza strategica di Como e della solida portata economica, esigono gravose imposizioni per far fronte alla minaccia di nuove invasioni.
affersco trecentesco raffigurante la vicenda delle sante Liberata e Faustina - Como - Lago di Como
Ai Goti si sovrapposero i Longobardi, la cui presenza si fece soprattutto sentire in Lombardia. Una loro regina, Teodolinda, di fede cristiana, contribuì a evangelizzare il territorio e, per favorire le comunicazioni, aprì la cosidetta "via Regina" tra Corno e Chiavenna. Quando Carlo Magno giunse in Italia coi suoi Franchi nel 774 Como si arrese pacificamente ai nuovi invasori, proseguendo la sua ripresa economica, e divenendo sede di fiere e mercati, grazie all'attività dei suoi artigiani e commercianti.

L'Età Feudale
Dopo la sconfitta dei Longobardi a Susa (773) e a Pavia (774) da parte di Carlo Magno, tutta l'Italia settentrionale e quindi anche Como passano sotto il dominio dei Franchi. Fu un cambio al vertice indolore, se dobbiamo dar retta allo storico Liutprando che stima Corno città "ricchissima" per la frequenza delle fiere e dei mercati. Dalla nuova situazione trasse poi profitto la Chiesa locale: l'imperatore concesse a vescovi ed abati possedimenti e immunità e la stessa autorità del Vescovo andò estendendosi dalla città all'esterno. Con la morte dell'ultimo discendente di Carlo Magno (888) si apre un'epoca di scontri, finita solo con l'avvento degli Ottoni, i cui interessi vengono appoggiati a Como dall'energico vescovo Waldone, il quale tra l'altro ebbe il merito di trasportare da Samolaco a Como in S. Eufemia, la salma del martire S. Fedele.
 


Dall'età comunale al rinascimento

  
L'Età Comunale
L'Età Comunale è caratterizzata dalle continue lotte con Milano, che, gelosa della prosperità della città lariana, diede inizio, per futili motivi, a una guerra decennale (1117-1127) che finì con la sconfitta finale di Corno, umiliata poi con la distruzione delle mura, dei borghi di Vico e di Coloniola e con la sistemazione dei superstiti in borghi di capanne.
Ma la vendetta non si fece attendere: approfittando della protezione di Federico Barbarossa, Como è con lui sin dall'inizio e contro le aspirazioni libertarie di quei Comuni (Milano in testa) che proclamavano l'autonomia dall'Impero.
Nel 1158 il Barbarossa è a Como, ove probabilmente risiede con l'esercito al Castel Baradello ricostruito sulle fondamenta di una antica roccaforte.
Il resto è storia: Milano venne distrutta (e i Comaschi ebbero il permesso di abbattere parte delle mura); poi la battaglia di Legnano (1176); la conseguente pace di Costanza (1183), che segnava il riconoscimento dell'imperatore alla libertà dei Comuni; da ultimo la definitiva pace con Milano (1186).

Dal punto di vista architettonico l'età comunale è vitalmente presente in città grazie alle meravigliose chiese romaniche:
S. Carpoforo, probabilmente eretta su un tempio pagano dedicato a Mercurio, con tanto di cripta e di presbiterio rialzato, nonché un catino a pietra serena e scura, alternate orizzontalmente; S. Abbondio, eretta sulle fondamenta della chiesa paleocristiana dei SS. Pietro e Paolo, caratterizzata da due torri campanarie; S. Fedele, costruita sull'area della paleocristiana basilica di S. Eufemia e singolare per la forma trilobata e per la pianta centrale (eccezionale è l'abside con corridorio ad archetti praticabili); S. Giacomo, rifatta nel Cinquecento, una originale nella bella abside semicircolare; S. Provino, tempio minuscolo ed elegante.
Di pari passo all'architettura religiosa, anche quella civile ebbe largo sviluppo. AI di là del già citato Castel Baradello, Como ebbe un  Broletto, fiancheggiato dalla torre civica, con tanto di sala conciliare e di balcone prospiciente l'arengo (l'attuale elegante e raffinato monumento in marmi policromi è gotico, e venne mutilato sul Iato meridionale per far posto alla fabbrica del Duomo) e le stesse mura, distrutte al termine della guerra decennale con Milano, vennero riedificate con il monumentale ingresso di Porta Torre, alta 40 metri, rigidamente statica e possentemente austera.






Le Signorie
La crisi del Comune a Como,come nelle altre città italiane, è determinata dalle lotte tra i Guelfi, storicamente fautori del pontefice, e i Ghibellini, fautori dell'imperatore. In verità le lotte intestine trascendevano il significato prettamente politico, riflettendo invece le collere, le passioni e gli interessi personali delle famiglie più potenti della città.

Dal punto di vista paesaggistico la presenza a Como delle fazioni dei  Vitani da una parte e quelle dei Rusca dall'altra trovava riscontro nelle case-torri (ad esempio, la famosa "Demorata" dei Vitani e la "Torre Rotonda" dei Rusconi) sorta di fortezze con poche aperture, adatte alla difesa, soprattutto nell'eventualità di attacchi notturni.
Como e qui si distingue per l'ostentato mecenatismo. Sotto il suo governo venne costruita la "Cittadella" poderoso baluardo inserito nel mezzo del tessuto urbano.
Con un altro Visconti, Gian Galeazzo, nell'area già occupata da Santa Maria Maggiore si procedette ai lavori per la costruzione del duomo, la cui fabbrica venne esentata dallo stesso duca dal pagamento di tasse.
Probabilmente durante il suo principato, venne eseguito anche il magnifico ciclo pittorico a fresco del coro della basilica di S. Abbondio.
La lezione di Giotto, forse portata in Lombardia da Giovanni da Milano e da Giusto dei Menabuoi, è evidente nella funzione della natura e dell'architettura, che, preannunciando la nuova cultura umanistica, tende sempre a valorizzare l'azione dell'uomo.








L'Umanesimo e il Rinascimento
Nel secolo XV la città di Como, nonostante i travagli politici che accompagnarono il passaggio del potere dai Visconti agli Sforza, avverte la trasformazione culturale, che, sempre più rivolta al mondo classico, proponeva, contrapponendosi al Medioevo, nuove forme intellettuali e aspirazioni. Frutto concreto di tale nuova concezione è l'opera di Benedetto Giovio, nato a Corno nel 1471. Scrisse la  Historia Patriae, cronaca delle vicende comasche dalle origini al Rinascimento. Il fratello Paolo, vescovo, nonostante i gravosi impegni della carica lo trattenessero lontano, non trascurò la sua città, raccogliendo in un museo più di 400 ritratti di uomini illustri, iniziativa che può essere considerata come una delle prime raccolte antiquarie della cultura italiana.
Lo splendore rinascimentale trova a Como rispondenza anche in campo architettonico, ove le residenze delle famiglie alto-borghesi (vedasi i palazzi Giovio, Olginati, Rusconi, Volpi, Pantera, Bazzi, Sangiuliani) presentavano la prevalenza dei pieni sui vuoti, la pianta quadrangolare, l'arco a tutto sesto e una corte interna con porticato sostenuto da esili ed eleganti colonne.
La presenza religiosa ebbe un certo peso, grazie al cardinale Branda Castiglioni, il quale soppresse i piccoli ospedali disseminati qua e là, costituendo in loro vece il complesso unico del S. Anna, che si trovava nella via Cadorna, nell'area occupata dall'attuale conservatorio. Tutt'oggi suscita un certo fascino nel passante la pur rimaneggiata residenza del Branda, nell'attuale palazzo di via Bianchi Giovini.

Dalla dominazione spagnola a quella austriaca
  
La dominazione spagnola
Dopo la brevissima e, tutto sommato, ingiudicabile dominazione francese, Como per circa due secoli (1535-1713)sopportò la dominazione spagnola, contraddistinta da un'incessante e insostenibile pressione tributaria, che
portò la città al decadimento delle attività commerciali, artigianali e generalmente economiche.
Un danno grave per Como, che contava,allora, circa 16.000 abitanti ed aveva una vita prospera, grazie ai laboratori per le lane, per le tintorie, per i pannilani, per i tessitori, per i merciai e soprattutto per le manifatture dei drappi di seta.I sovrani spagnoli per raccogliere fondi erano soliti vendere rendite e diritti ai signori locali, i quali poi recuperavano oltremisura le spese sostenute vessando la popolazione. I bravi, di "manzoniana" memoria, sicari senza scrupoli e spesso dai conti aperti con la legge ufficiale, si prestavano all'incarico, calpestando i diritti dei deboli e commettendo soprusi d'ogni genere. Fu un periodo oscuro per Como: la miseria, le epidemie di peste, le violenze divennero il distintivo di un'epoca, che può alla lunga essere considerata la più triste della città. Come se ciò non bastasse, la Riforma di Martin Lutero trovò seguaci nel territorio grazie alla presenza dei Grigioni protestanti. Perciò a Como, sulla falsariga di San Carlo a Milano, i vescovi agirono in modo fermo e autoritario, seguendo alla lettera i dettami del Concilio di Trento.


In tale ottica vanno ricordati Giangiacomo Volpi e Francesco Ninguarda, vescovi non di rappresentanza, ma di esempio per gli stessi parroci per l'instancabile dinamismo della loro presenza.
Non bisogna poi dimenticare Tolomeo Gallio, segretario del Papa, vescovo e cardinale, colto umanista e statista autorevole, al cui nome è legato il collegio omonimo di Como, istituzione che, affidata alle premure dei padri Somaschi, ancor oggi eccelle nell'educazione e nella formazione della gioventù.
Non si creda però che la presenza di questi illustri comaschi ai quali si aggiunge poi quel Benedetto Odescalchi, nato a Como nel 1611 da discendenza patrizia, come si desume dal palazzo di famiglia di via Volta del secolo XIII, eletto papa col nome di Benedetto XI nel 1676, campione della Chiesa Romana contro l'autoritarismo del Re Sole, assertore del primato politico su quello religioso, abbia in qualche modo risollevato la cittadinanza dalla miseria e dalle vessazioni: troppo angusta era la visione e la gestione politica degli spagnoli per poter in qualche modo prevedere una qualsiasi collaborazione tra oppressori e oppressi.

La dominazione austriaca

Con Carlo II, che morì senza lasciare eredi, si aprì una lunga contesa per il possesso della Lombardia, che, alla fine, coi trattati di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714), fu riconosciuta agli Austriaci.
La critica filorisorgimentale giudicò negativamente la dominazione austriaca, che, in verità, con il suo governo illuminato e con alto senso di giustizia e di ordine, risollevò in pochi decenni la regione dallo stato di torpore e di regresso.
I primi passi furono compiuti a Como da Carlo VI, al quale si deve la promozione dell'industria tessile e dell'artigianato del mobile, nonché una più equa esazione fiscale.
Durante il suo impero venne realizzata la cupola del Duomo, progettata da Domenico Fontana, ma costruita con la consulenza di Filippo Juvara, il celebre architetto al servizio dei Savoia, noto soprattuto per la basilica di Superga, sulla collina di Torino. Semidistrutta da un incendio nel 1935, la cupola del Duomo venne subito restaurata con assoluto rispetto del primo progetto.


A Carlo VI nel 1740 successe Maria Teresa, che, volendo rendere unitari i criteri di tassazione, promosse il cosiddetto  "catasto", mappa dei terreni desunta con l'ausilio di strumenti scientifici di sicura affidabilità, che permisero l'iscrizione delle famiglie patrizie e degli enti religiosi. Le carte teresiane sono tuttora conservate all'Archivio di Stato cittadino, che ha sede in via Briantea.
Grazie dunque al riformismo austriaco, rinvigorito poi dal figlio di Maria Teresa, Giuseppe II, rifiorirono le scienze e le arti. Le ricche famiglie facevano a gara a costruire in riva al lago ville sfarzose in stile, affidando i progetti agli architetti di grido:  Villa Salazar, Villa Olmo di Simone Cantoni, Villa Saporiti di Luigi Pollack, restano gli esempi più ragguardevoli della incipiente arte neoclassica. Leopoldo II proseguÌ l'illuminata politica promotrice della vita economica cittadina, regolando l'attività delle manifatture e dei mercati, ed alleggerendo inoltre i dazi.
Nacque a Corno Alessandro Volta, fisico di fama mondiale, inventore della pistola elettrica, dell'eudiometro, dell'elettroforo, del condensatore e soprattutto dell'elettrometro a colonna (pila). I cimeli della sua attività sperimentale sono tuttora conservati, nel cosidetto "Tempio Voltiano", monumento in stile neoclassico, ma realizzato in riva al lago nel nostro secolo.





Dal risorgimento al novecento


L'Età Risorgimentale

Dopo la parentesi napoleonica (l'imperatore fu a Como il 4 maggio 1796, ove pernottò a Villa Saporiti), che vide la realizzazione della "Napoleona", strada di collegamento verso le direttive Varese-Milano-Cantù, e del Teatro Sociale, piccolo gioiello neoclassico, Como, nella prima metà dell'Ottocento,
non fu sorda ai fermenti rivoluzionari europei e italiani.
Basti pensare al conte Luigi Porro Lambertenghi, fondatore del giornale eversivo "Il Conciliatore"; a , autore di una "Storia di Como", condannata per le idee progressive che propugnava; a Cesare Cantù, sollevato dall'incarico di insegnamento per le sue idee liberali.

La svolta del 1848 è estremamente indicativa: il 20 marzo, a due giorni dall'inizio delle "Cinque giornate di Milano", la popolazione comasca insorse e costrinse alla resa la guarnigione austriaca di stanza alla caserma di S. Francesco.
Con la sconfitta di Carlo Alberto la situazione si normalizzò, nonostante i tentativi di destabilizzazione di Giuseppe Mazzini, presente in Svizzera.
La II guerra d'Indipendenza (1859) vide Giuseppe Garibaldi operante in zona, che, dopo la battaglia di S. Fermo, nella quale morÌ il cap. Carlo De Cristoforis, entrò trionfalmente in Corno liberata, ospite del marchese Rovelli, nel palazzo di Piazza Volta, dove una lapide ricorda anche ai giorni nostri l'episodio.
Dopo secoli di dominazione la nostra città fa finalmente parte del nuovo Regno d'Italia dei Savoia, contraddistinto all'inizio dalla volontà di rendere equalitari i diritti ed i doveri, senza alcuna discriminazione dei particolari problemi regionali. Dapprima il Comune di Como fu governato dalla destra liberal-conservatrice, appoggiata dal Vescovo Cesana, poi con i governi di sinistra, a partire dal 1876, vennero esaminate le esigenze di miglioramento sociale, che, a Como, evidenziate dal giornale di Aristide Bari e dall'azione di Paolo Carcano, finirono con l'apportare miglioramenti alla classe operaia e col facilitare nuovi impieghi.
Così nel fervore di una nuova realtà sociale, e lasciando alle spalle l'epopea degli eroi risorgimentali, la cui memoria e le cui effigi hanno giusto rilievo nel Museo Rigorgimentale e all'interno di Palazzo Cernezzi (Municipio), ci si avvia alle soglie del nostro secolo.




Il Novecento
Como nel Novecento, al di là delle tristi parentesi delle guerre mondiali, è città rigogliosa e fiorente, grazie all'imporsi dell'industria tintoria e serica. Tale specializzazione è presente sin all'inizio del secolo, come dimostra la presenza in città di nuove forze lavorative, la cui dignitosa sistemazione venne assolta con la costruzione di nuovi quartieri.
La Grande Guerra (1915-1918) fece, tra gli altri, vittima Antonio Sant'Elia, giovane architetto, firmatario del Manifesto dell'Architettura Futurista,il quale con esuberante fantasia disegnò una città avveniristica, come è possibile dedurre dai progetti conservati al museo.
Durante l'epoca fascista, che in tutta Italia impose la cultura di regime, operò a Corno l'architetto Giuseppe Terragni, il quale realizzò opere razionaliste di importanza mondiale (l'unità di abitazione della Novocomum, il Palazzo del Fascio, l'Asilo Sant'Elia), anche in adesione alla coeva esperienza tedesca della Bauhaus di Walter Gropius.
AI Terragni appartiene anche l'adattamento del "Monumento ai caduti", che, per volontà dell'imperante cultura fascista, venne realizzato rielaborando un disegno del Sant'Elia. L'obelisco, in riva al lago, nella scelta del sito testimonia il sacrificio dei soldati di terra, mare e cielo, e nella sua verticalizzazione sembra elevare all'eterno gli alti valori del patriottismo.
Già a partire dagli anni Trenta anche l'astrattismo italiano ebbe in Como un valido punto di riferimento, grazie alle ricerche di artisti, quali Mario Radice, Carla Badiali, Manlio Rho, Aldo Galli, i quali, ispirandosi parzialmente a Mondrian e a Kandinskij, valorizzarono con addizioni e sottrazioni cromatiche la lezione del Terragni, trasponendola nel campo
pittorico. Questa la cultura ! II resto è lavoro, condotto indefessamente dalla fantasia degli operatori tessili e serici, che hanno nel sangue l'armonia trasmessa dalle tranquille acque del lago e il senso estetico proiettato da architetture secolari, che proteggono e rasserenano.



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